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Matteo BaccanOttobre 8, 2026 9 min di lettura

Da hacker di garage a trend TikTok: come il termine nerd è cambiato in una sola generazione

Dev Life
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Nella mia mente da quinquagenario, il termine “nerd” è sempre stato legato a un concetto preciso: il classico profilo da secchione, con una vita sociale isolata e una passione viscerale per l’informatica, la matematica e le scienze: chi risolveva equazioni per il puro gusto di farlo, leggeva Asimov sotto il banco e passava i pomeriggi o le notti a smontare e rimontare computer, a scrivere codice, a fare copy party con i floppy disk e a discutere di informatica.

Cosa è successo dopo? Nell’arco di una singola generazione, la parola “nerd” è scivolata via dal mondo dell’informatica hardcore e dell’ingegno hacker per andare a definire un universo fatto di consumo pop, sfilate cosplay e t-shirt firmate. Ma cosa è successo esattamente al significato originale?

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L’equazione originale e il mito delle “crew” di programmazione

Se facciamo un git log (sì, questo è un concetto molto nerd) della nostra cultura giovanile tornando agli anni ’70 e ’80, prima dell’avvento dei social media e del fast fashion, la parola “nerd” rispondeva a un concetto preciso, viscerale e totalmente orientato alla tecnologia.

Essere un nerd non era una posa estetica o una bio su Instagram. Era un’immersione totale nell’informatica, nella matematica o nelle scienze.

E attenzione: il computer era solo una delle porte d’ingresso. Il nerd di allora era anche chi partecipava alle olimpiadi di matematica, chi teneva il kit di chimica in cantina, chi si costruiva l’amplificatore seguendo gli schemi di Nuova Elettronica o puntava il telescopio dal balcone di casa. Il minimo comune denominatore non era il linguaggio di programmazione, ma la fame di capire come funzionano le cose. Io ho attraversato la porta dell’informatica, e da lì in poi racconto quella, ma il concetto era molto più largo.

Negli anni ’80 e ’90, chi scriveva codice non lavorava in isolamento arido: la mia crew e io (un saluto a Skyfox e Ian Coog) ci riunivamo a rotazione nella cameretta di qualcuno di noi. Ci si presentava con orgoglio con la propria valigetta rigida piena di floppy disk, e si passavano le notti a copiare file, ascoltando il gracchiare epico delle cassette di un Commodore 64, un Amiga 500 o dei primi PC con monitor a fosfori verdi (ho lavorato anche con monitor rossi al plasma, ma rimango umile).

Ricordo ancora lo stand Commodore a SMAU 90, o giù di lì, dove tutti i lettori floppy erano bloccati dall’inserimento di dischi, ma qualche mente intraprendente si era portata da casa un tronchese per levare la protezione e mettere le proprie cose. C’erano due file di computer, all’interno di un tunnel e quando si entrava si era catapultati in un mondo di luci e suoni, con persone che si passavano dischi e si scambiavano trucchi e codici.

E ricordate l’apoteosi dell’ingegno maker dell’epoca? Prendere una perforatrice, una forbice o una limetta e fare un buco sul lato del floppy disk per raddoppiarne magicamente la capacità di archiviazione! Erano i tempi della demoscene, dei copy party e delle BBS gestite via modem a 56k.

Le crew si sfidavano a colpi di codice Assembly per spremere fino all’ultimo ciclo di clock un processore da 1 MHz, creando intro grafiche vettoriali, musica chiptune e routine di registro incredibili. C’era uno spirito di alleanza ingegneristica pura: il concetto di “nerd” era sinonimo di chi programmava insieme per il puro gusto di dominare la macchina.

La prima era pop: da “La rivincita dei nerds” al personal computer

Il cinema degli anni ’80 è stato il primo a codificare questo profilo umano sul grande schermo. Chi di noi, con qualche anno in più sulle spalle, non ha visto almeno una volta “La rivincita dei nerds”?

Un gruppo di nerd, amanti di matematica e informatica, raccolti sotto il cappello del gruppo universitario Lambda Lambda Lambda. Un gruppo che accoglieva persone emarginate, bullizzate e derise dal resto del college, ma che alla fine riusciva a ribaltare la situazione grazie all’ingegno e alla tecnologia: ha motivato più persone in quel film che in tutti i discorsi motivazionali di Steve Jobs messi insieme.

E il cinema di quegli anni non celebrava solo chi programmava. C’era il personaggio di David di “WarGames”, che per poco non scatenava la Terza guerra mondiale con un modem e un accoppiatore acustico, e soprattutto c’era Doc di “Ritorno al futuro”: capelli improbabili, garage pieno di invenzioni e una DeLorean trasformata in macchina del tempo. La figura del genio scientifico bizzarro era un archetipo nerd esattamente quanto quella di chi smanettava sulla tastiera.

In quel periodo storico, il concetto legato al termine era ancora la scienza e l’informatica vissute come passione totalizzante. Compilare un sorgente, configurare una scheda d’espansione o capire un circuito richiedeva uno sforzo intellettivo enorme, completamente privo di qualsiasi attrattiva commerciale o romantica.

La rivoluzione economica: quando il codice ha conquistato Wall Street

Negli anni ’90 è avvenuto il primo grande shift. L’esplosione del World Wide Web e l’ascesa della Silicon Valley hanno improvvisamente mostrato al mondo che saper scrivere codice era la competenza più strategica del pianeta.

Pionieri come Bill Gates, Steve Wozniak e Linus Torvalds hanno trasformato la stanza dei server da luogo di punizione a stanza dei bottoni dell’economia globale.

Chi amministrava i sistemi, prima figura derisa ed emarginata, ora guidava la riscossa dal cyberspazio. La gestione dei kernel Linux, l’amministrazione dei canali IRC e la sicurezza informatica sono diventate le professioni più cercate e pagate.

Tuttavia, fino ai primi anni 2000, chi si occupava di informatica era visto come una figura utile e ben retribuita, ma il concetto di “nerd” rimaneva ancora strettamente ancorato all’abilità tecnica e all’eccentricità intellettuale.

Il punto di rottura: Seth Cohen e l’invenzione del “geek chic”

Parlando con mia moglie che, a differenza mia, ha forti infiltrazioni della cultura anni 2000, ho notato come il termine “nerd” abbia subito una trasformazione culturale. Il momento esatto in cui il significato del termine ha iniziato a scivolare verso un altro concetto è stato l’agosto del 2003, quando in TV è arrivato il personaggio di Seth Cohen nella serie “The O.C.”.

Per chi è nato negli anni ’70, “The O.C.” non rappresenta che una pozzanghera nella strada, ma per chi è nato negli anni ’80 e ’90, Seth Cohen è stato un vero e proprio spartiacque culturale.

Pur amando i fumetti Marvel, la fantascienza di “Star Wars” e la musica indie, Seth non incarnava lo stereotipo di chi sviluppa codice con fare sciatto, chiuso in cantina e con un’igiene personale discutibile, ma era una figura brillante, dotata di un sarcasmo irresistibile e incredibilmente desiderabile.

Seth ha sdoganato la cultura geek in televisione, inaugurando lo stereotipo del nerd “adorkable” (un incrocio inglese tra “adorable”, adorabile, e “dork”, strambo) e rendendolo di fatto “cool” e attraente.

Per la prima volta nella storia della televisione mainstream, l’icona del protagonismo affascinante non era più la figura atletica e scontrosa, ma quella dell’outsider con passioni per nicchie culturali. Seth Cohen ha sdoganato il termine “nerd” rendendolo attraente, comico e “un figo” come si diceva allora. Da un lato, dobbiamo riconoscere che questo sdoganamento della cultura nerd ha rimosso la piaga sociale che isolava chi programmava trent’anni fa, rendendo la tecnologia e la programmazione accessibili a chiunque. Dall’altro, ha innescato, senza volerlo, la progressiva separazione del termine da chi amava incondizionatamente le scienze per spostarlo verso il consumo di cultura pop.

L’ultima resistenza: “The Big Bang Theory”

A onor del vero, tra Seth Cohen e TikTok c’è stato un ultimo baluardo del concetto originale: “The Big Bang Theory”. Per dodici stagioni, dal 2007 al 2019, le figure nerd più famose del pianeta non sono state legate al mondo dello sviluppo o del cosplay, ma a studi scientifici del Caltech.

Sheldon, Leonard, Howard e Raj amavano i fumetti e i costumi, certo, ma la loro identità era costruita sulla scienza: lavagne piene di equazioni, dibattiti sulla teoria delle stringhe, la venerazione per Feynman e Hawking. Loro incarnavano il concetto che ho in mente io molto meglio di qualsiasi influencer in cosplay: la passione pura per le scienze, portata in prima serata con tutte le sue fissazioni e la sua goffaggine sociale.

Lo confesso senza vergogna: ho venerato la puntata dove Sheldon incontra Stephen Hawking e d’estate passeggio con una vecchia maglietta con la scritta “Bazinga” e ogni volta che la indosso mi sento parte di quella tribù molto più che di qualsiasi fandom moderno, nonostante le bordate sarcastiche che mi arrivino dai miei figli.

Lo stravolgimento in una generazione: da un concetto a un altro

Nel giro di trent’anni, siamo stati testimoni di una vera e propria transizione semantica. Il termine “nerd” non è stato semplicemente dimenticato: è stato riassegnato a un concetto completamente diverso.

Il contrasto tra ciò che la parola significava trent’anni fa e ciò che significa oggi è lampante:

  • Il concetto di ieri: chi incarnava il termine nerd prendeva un floppy, faceva un buco sul lato con la limetta per raddoppiarne la capacità, dimostrava un teorema per il puro gusto di farlo, si costruiva una radio con il saldatore, adorava i computer che utilizzava per realizzare le proprie idee e passava le notti o i pomeriggi a copiare floppy a casa del proprio gruppo.
  • Il concetto di oggi: chi si definisce nerd si fa scrivere il proprio nome in ideogrammi giapponesi sul braccio credendo di fare una scelta epica, per poi scoprire tre anni dopo che la scritta sul bicipite significa letteralmente “culone brufoloso”, mentre sfila al Lucca Comics vestito da Minipony o da Son Goku per raccogliere like su TikTok.

Il bivio dell’AI: chi eredita il concetto originario

Se la parola “nerd” ha cambiato padrone ed è stata assegnata al mondo dei fandom e dei costumi, cosa ne è stato dell’attitudine originale di chi programmava nelle crew?

Di fronte alla rivoluzione dell’AI generativa, il panorama si è chiarito definitivamente:

  • Da un lato troviamo il nuovo significato del termine, ovvero chi si limita a indossare la parrucca di Son Goku o la t-shirt con la Kamehameha acquistata nei negozi del centro, usando l’AI tutt’al più per generare meme su TikTok o risposte automatiche sui social.
  • Dall’altro lato ci siamo noi, chi custodisce il vecchio concetto, che ormai è stato vaporizzato. E non parliamo solo di chi si occupa di sviluppo software: ci sono professionisti del machine learning, data scientist, partecipanti alle olimpiadi di matematica e di informatica, e maker che saldano schede IoT. Noi che oggi costruiamo “loop agentici ricorsivi”, incastriamo microservizi e LLM via API, automatizziamo workflow di sviluppo con sub-agenti via CLI, e facciamo interagire hardware eterogeneo (dalle schede IoT e FPGA ai cluster cloud) con prompt engineering avanzato e codice personalizzato.

Lo so che detta così fa un po’ ridere, sfiorando gli apici del cringe, ma la realtà è che il concetto originario di nerd si è evoluto in una nuova forma: come community di sviluppo dovremmo riappropriarci di questo termine, ma purtroppo la parola “nerd” è ormai appannaggio del mondo pop.

L’analisi critica: la mutazione semantica e il futuro

Come community dello sviluppo, questa transizione di significato in una sola generazione ci impone quattro riflessioni fondamentali:

Cosa abbiamo sbagliato negli anni?

Abbiamo lasciato che le cose venissero svuotate del loro significato tecnico per diventare un’etichetta commerciale. Il marketing ha capito che vendere l’involucro (la t-shirt col logo, la maschera, il gadget) era infinitamente più redditizio che spiegare il contenuto (il sorgente, la logica, l’ingegneria).

Far esplodere la cultura pop è stato più facile che spiegare la complessità del codice e dell’hardware.

Possiamo rimettere le cose a posto?

Riavvolgere il nastro del linguaggio è quasi impossibile: quando una parola cambia significato nell’immaginario collettivo di una generazione, provare a rincorrere la vecchia definizione è una battaglia persa.

Ricordate il significato di “hacker”? Il termine è passato dal lato positivo al lato oscuro e ormai è rovinato per sempre.

La parola “nerd” ha subito la stessa sorte: il suo significato originale è stato completamente sostituito da un concetto pop, e non possiamo più tornare indietro. Possiamo però continuare a difendere il valore dell’ingegneria e della creazione tecnologica.

È tempo di usare una nuova parola?

Sì, perché la parola “nerd” definisce ormai ufficialmente il secondo concetto (fandom, cosplay, media pop). Per definire il primo concetto, quello più romantico, la nostra community usa da tempo i suoi veri termini: “Hacker”, “Coder”, “Maker”, “Dev” o il nostro italianissimo “Smanettone”.

C’è però un dettaglio che nessuna di queste etichette risolve: coprono solo chi programma o smanetta. Non esiste una parola per chi, a quindici anni, ama la fisica, dimostra teoremi per divertimento o passa le serate al telescopio. Ed è la prova definitiva che il concetto originale di nerd era più ampio di qualsiasi termine con cui oggi proviamo a sostituirlo.

Due concetti, due strade diverse

L’evoluzione della parola “nerd” in un’unica generazione è un caso di studio linguistico e sociale straordinario. Non abbiamo perso una cultura: semplicemente, una parola è migrata dal concetto classico legato all’ingegno, alla scienza, alla matematica, ai computer e alla programmazione, a quello di consumo e intrattenimento pop.

Lasciamo che la nuova generazione usi la parola “nerd” per vestirsi da Son Goku o a farsi tatuaggi di cui non conosce il significato. Noi continueremo a incarnare il concetto originario: aprendo il terminale, incastrando pezzi di hardware fra di loro, facendo parlare software e agenti AI, scrivendo o facendo scrivere il codice che muove il mondo, e continuando a chiederci come funziona l’universo, equazione dopo equazione.

Non è importante essere un nerd, è importante essere se stessi
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Matteo Baccan
Matteo Baccan è un ingegnere del software e formatore professionista con oltre 30 anni di esperienza nel settore IT. Ha lavorato per diverse aziende e organizzazioni, occupandosi di progettazione, sviluppo, testing e gestione di applicazioni web e desktop, utilizzando vari linguaggi e tecnologie. È anche un appassionato divulgatore e insegnante di informatica, autore di numerosi articoli, libri e corsi online rivolti a tutti i livelli di competenza. Gestisce un sito internet e un canale YouTube dove condivide video tutorial, interviste, recensioni e consigli sulla programmazione. Attivo nelle community open source, partecipa regolarmente a eventi e concorsi di programmazione. Si definisce…
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