Ad Aprile 2025 leggevo una delle tante newsletter a cui sono iscritta, che annunciava un libro “Vibe Coding” di Gene Kim e Steve Yegge, la cui pubblicazione sarebbe avvenuta in Autunno. Un libro con un tema simile, annunciato in Primavera per l’Autunno? Ero scettica e temevo potesse essere un libro nato vecchio.
Cosa avevano in mente Gene Kim, co-autore di libri fondamentali come “The Phoenix Project”, “The DevOps Handbook” e “The Unicorn Project”, e Steve Yegge, sviluppatore e blogger ferocissimo su argomenti di linguaggi di programmazione, produttività e cultura del software? “The Phoenix Project” è stato uno dei primi tasselli fondamentali che mi hanno portato a fare il mestiere che faccio oggi, quindi la stima per gli autori e la curiosità per l’argomento mi hanno spinta a leggerlo.
Nell’ultimo anno, Gene Kim e Steve Yegge hanno utilizzato l’AI studiando al contempo come questa cambierà il mondo dello sviluppo software. Consapevoli che molte affermazioni sull’AI e il coding possano suonare straordinarie—essendo stati loro stessi scettici all’inizio—nel corso del libro condividono le loro esperienze, i dati concreti e gli esempi pratici che li hanno convinti.

Il vibe coding rappresenta un nuovo modo di programmare che sfrutta l’intelligenza artificiale generativa non solo come strumento di completamento del codice, ma come vero e proprio collaboratore nel processo di sviluppo. È un approccio iterativo dove l’umano guida la visione e valuta continuamente l’output, mentre l’AI accelera l’esecuzione e amplifica le possibilità.
Il libro è diviso in quattro parti: la prima dedicata al “perché” del vibe coding. Dovreste partire da qui se siete scettici, se non avete ancora venduto l’anima all’AI, se siete ai primi prompt o se semplicemente avete bisogno di un contesto più ampio.
La seconda parte è dedicata alla spiegazione di come l’AI funziona, di come un momento vi sorprende e di come secondi dopo vi faccia sentire frustrati.
La terza parte è quella con spiegazioni più pratiche, sui rischi che si possono affrontare e su come affrontarli. Qui gli autori condividono maggiormente la loro esperienza e quella di altri.
Infine, l’ultima parte è più dedicata a quelle persone responsabili di coordinare umani e AI, di come introdurre il vibe coding nei team, come creare standard organizzativi e come incoraggiare una cultura aziendale che promuove lo studio. Qui il gioco cambia: non si tratta più solo della propria postazione di lavoro, ma di abilitare interi team e aziende a sfruttare il potere del vibe coding.
Il pubblico di questo libro vuole essere ampio: dai professionisti tech, come sviluppatori e tech leader, a quelle persone che ruotano intorno al tech, come studenti, sales and marketing o persone che vogliono intraprendere la carriera dello sviluppatore. Attenzione però: pubblico ampio non significa che i concetti siano banalizzati o semplificati.
I fili conduttori lungo il libro sono l’utilizzo di una “cucina professionale” come metafora del vibe coding, la definizione del FAAFO (Faster, Ambitious, Autonomous, Fun, Optionality) e il concetto di human in the loop, ovvero che il processo debba essere seguito e supervisionato dall’umano.
La metafora della cucina professionale accompagna tutto il discorso: noi siamo i responsabili della cucina e l’AI rappresenta i vari elementi di una brigata che lavora sotto la nostra attenta direzione. Nella parte finale del libro, questa metafora evolve ulteriormente: si passa da “Line Cook” a “Head Chef”.
FAAFO: i pilastri del Vibe Coding
Secondo gli autori, adottare il vibe coding deve abilitarci a lavorare in modo più veloce, non limitandosi alla sola generazione di codice, ma promuovendo anche buone pratiche di testing e documentazione (sì, vi vedo che state sbuffando!) e aiutandoci nel troubleshooting. Nelle pagine ci ricordano però che la velocità senza controllo crea caos, ma che la velocità è solo una piccola parte, forse il beneficio minore, della storia. Bisogna imparare a capire quando l’AI ci sta portando fuori strada.
Dovrebbe inoltre renderci più ambiziosi su quello che possiamo e vogliamo fare, abilitando il lavoro autonomo e riducendo la frizione e la necessità di interagire con diversi team o persone. Riducendo i costi di coordinazione (sì, proprio quella riunione che poteva essere una mail!), il vibe coding dovrebbe farci riappropriare della parte divertente della programmazione, quella in cui si cercano soluzioni e si risolvono problemi, invece di spendere ore cercando errori di sintassi o capendo perché il nostro progetto non compila più, o in task oggettivamente noiosi (qualcuno ha detto scrivere la documentazione?).
Infine, sfruttando la vasta conoscenza dell’AI, incrementa la nostra abilità di esplorare diverse opzioni. Il lusso di poter provare più cose in relativamente poco tempo e a costo ridotto.
Di questo libro mi sono piaciute molte cose: sicuramente il fatto che non sia un libro “nato vecchio”, le storie dell’orrore tipo codice sparito o test commentati per farli passare e di come prevenire situazioni simili, il modo in cui sottolineano che l’AI sia di supporto all’umano e non una sostituzione—i responsabili alla fine continuiamo ad essere noi e dobbiamo essere in grado di chiedere le cose bene e di valutare l’output—ho trovato calzante l’utilizzo di una cucina professionale come esempio.
Per avvalorare la genuinità di intenti degli autori, che non dipingono il vibe coding come la panacea di tutti i mali, viene riportato un dato interessante dal report DORA del 2024: ogni 25% di aumento nell’adozione di GenAI risulterebbe in un 7% di peggioramento della stabilità e un 1,5% di rallentamento nel throughput. L’ipotesi principale è che l’AI amplifichi la tecnica già presente: senza feedback loop veloci, test adeguati e buone architetture, l’AI accelera semplicemente la creazione di problemi. È proprio per questo che il libro dedica ampio spazio a come introdurre il vibe coding in modo strutturato.

Personalmente ero, e lo sono in parte tuttora, molto scettica su questa nuova modalità. Tuttavia, il libro mi ha offerto spunti preziosi che hanno smosso qualcosa. Ho cominciato ad abbracciare il FAAFO, soprattutto la parte che riguarda la possibilità di vagliare più opzioni in tempi ridotti e il recupero di vecchie idee lasciate a prendere la polvere in un angolo della mente.
Il vibe coding non è la soluzione di tutti i mali, né è semplicemente questione di scrivere qualche prompt, e gli autori sono chiari su questo: richiede disciplina, consapevolezza e la volontà di rimanere critici. Ma se affrontato con il giusto approccio, può davvero essere un valido aiuto, restituendoci tempo ed energia per concentrarci su ciò che conta davvero.

Se siete curiosi, scettici o semplicemente volete capire dove sta andando il mondo dello sviluppo software, questo libro vale la lettura. Non vi darà tutte le risposte, ma vi fornirà gli strumenti giusti per cominciare con cognizione di causa.

