Gli eventi al Campidoglio sono sempre tra i miei preferiti perchè basta arrivare qualche minuto prima per ritrovarsi in un contesto unico e lasciarsi dietro traffico e stanchezza; se poi il cellulare smette di squillare per cinque minuti vi ritrovate protagonista di un acquarello finche non arriva qualche turista che vi sveglia chiedendovi dove sta la statua di Marco Aurelio…
Questa volta avevo anche il valore aggiunto di un paio di speaker che conosco molto bene, quindi ho unito l’utile al dilettevole, anche se all’inizio pensavo che, visto il tema, sarei stato un pò fuori dal mio ambiente naturale.
Ma ho impiegato molto poco a ricredermi perchè ’evento organizzato da Sottocorrente e CFC ha rimesso al centro una questione che nel dibattito su innovazione e trasformazione digitale resta ancora troppo spesso trattata come laterale: il ruolo delle donne nei processi che stanno ridisegnando economia, lavoro, partecipazione e diritti.

Il punto emerso con maggiore forza nel corso degli interventi è stato semplice, ma tutt’altro che banale: nel digitale non basta esserci, bisogna riuscire a costruire connessioni, visibilità e continuità. Fare rete, in questo senso, non è uno slogan né una pratica accessoria. È una condizione concreta per non restare ai margini dei flussi decisionali, economici e culturali che stanno accompagnando l’avanzata dell’Intelligenza Artificiale e della trasformazione tecnologica.
A fare gli onori di casa Cristina Colaninno che ha organizzato questo evento per promuovere un dialogo tra istituzioni, esperte, rappresentanti del mondo accademico e dell’innovazione. Ha esordito ringraziando le associazioni Sottocorrente e CFC per la co-organizzazione spiegando poi come l’evento fosse solo uno spunto per analizzare come la transizione digitale possa diventare occasione di crescita civile, inclusione e valorizzazione del contributo femminile in ogni ambito della vita pubblica e privata e ha quindi introdotto i successivi interventi.
Nel saluto istituzionale iniziale, la Vicepresidente della Commissione Innovazione Tecnologica del Comune di Roma Antonella Milito ha sottolineato come si stia vivendo una stagione di cambiamenti profondi, in cui l’AI non si limita a introdurre nuovi strumenti, ma modifica il modo in cui lavoriamo, prendiamo decisioni e immaginiamo perfino i confini dei diritti democratici. In questo scenario, il contributo femminile non può essere letto come semplice elemento di equilibrio. È, piuttosto, una componente essenziale per evitare che la transizione digitale rimanga solo tecnologica e non diventi anche culturale, sociale e umana.
Questa idea di trasformazione concreta ha trovato un riscontro molto chiaro nell’intervento di Silvia Faulli, Project Manager di Rome Future Week. Il suo racconto ha mostrato il lavoro spesso invisibile che sta dietro alla costruzione di eventi e spazi pubblici davvero inclusivi. Portare più donne sui palchi dell’innovazione, ha spiegato, non significa inseguire una quota simbolica o costruire un artificio comunicativo. Significa andare a cercare competenze reali che esistono già, ma che troppo spesso non hanno accesso alla stessa visibilità dei profili maschili.
Ed è qui che il digitale mostra uno dei suoi aspetti più interessanti. La presenza nei luoghi pubblici della tecnologia genera un effetto moltiplicatore: una speaker non porta solo un contenuto, ma apre relazioni, occasioni professionali, riconoscimento, fiducia. In altre parole, entra in un circuito che può produrre altro lavoro, altra rete, altra esposizione. È un meccanismo che ancora oggi tende a favorire soprattutto gli uomini, e proprio per questo lavorare sulla visibilità femminile nei contesti tech diventa un’azione strutturale, non cosmetica.
Se il tema della presenza pubblica riguarda il racconto e la rappresentazione del digitale, quello affrontato da Simona Petrozzi apre invece una prospettiva più concreta e quotidiana: la tecnologia come leva di sicurezza, autonomia e emancipazione. Nel suo intervento è emerso con chiarezza come Roma rappresenti già un contesto particolarmente fertile per l’imprenditoria femminile, con numeri molto significativi sul piano della presenza di imprese guidate da donne. Ma accanto a questo dato positivo, è stata posta una questione fondamentale: il digitale può e deve diventare uno strumento di protezione e riscatto, soprattutto per le donne in situazioni di fragilità.
In questo quadro si inserisce il progetto Futuro Sicuro, che usa strumenti e logiche riconducibili all’OSINT per lavorare in chiave preventiva contro la violenza. Il punto più interessante non è solo l’uso della tecnologia in sé, ma l’idea che le competenze digitali possano rappresentare per molte donne anche una via di uscita concreta da contesti di vulnerabilità. Imparare ad abitare il digitale, comprenderne linguaggi e strumenti, non significa soltanto trovare nuove opportunità professionali: significa anche ricostruire margini di indipendenza.
Petrozzi ha inoltre toccato un nodo che torna spesso quando si discute di innovazione e lavoro femminile: la relazione tra professione e vita privata. La sua scelta di preferire il termine “armonizzazione” a “conciliazione” non è soltanto linguistica. Segnala il bisogno di uscire da una narrazione sempre impostata sul conflitto e di immaginare il digitale come infrastruttura capace di rendere più sostenibile l’equilibrio tra tempi, ruoli e responsabilità. Allo stesso tempo, ha ricordato che questa stessa tecnologia non è neutra. Se addestrata su dati sbilanciati, l’AI continua a restituire e amplificare stereotipi antichi, trasformandoli in automatismi apparentemente oggettivi.
Su questo punto, il contributo dell’Osservatorio Scientifico sulle Imprese Femminili dell’Università di Tor Vergata ha aggiunto una cornice importante. I dati presentati mettono in luce un sistema ancora profondamente asimmetrico. L’imprenditoria femminile in Italia esiste, resiste e in alcuni territori cresce, ma rimane spesso confinata in forme di microimpresa e in settori dove l’accesso è culturalmente più accettato. Ancora più evidente è il divario nel mondo dell’innovazione ad alto potenziale, dove la quota di startup a prevalenza femminile resta estremamente bassa.
Qui il problema non è solo quantitativo. È strutturale. C’entrano i percorsi educativi, la distanza storica dalle discipline STEM, la percezione del rischio, la mancanza di role model, ma soprattutto il tema del capitale. Se quasi tutta la massa dei finanziamenti continua a concentrarsi sulle imprese a prevalenza maschile, allora il punto non è chiedersi perché le donne innovino meno. Bisogna chiedersi perché il sistema continui a investire così poco su di loro.
Uno dei passaggi più forti dell’incontro è arrivato proprio quando il discorso si è spostato dai dati alle esperienze vissute. Il racconto di chi ha lavorato per anni in un settore storicamente maschile come quello del trasporto pubblico non ha avuto il tono dell’eccezione eroica, ma quello molto più interessante della trasformazione lenta e quotidiana degli ambienti di lavoro. La presenza femminile costante, competente e ostinata finisce col modificare linguaggi, comportamenti, codici impliciti. Non è un cambiamento istantaneo, ma è uno di quelli che, una volta avviati, diventano difficili da invertire.
Ancora più importante è il fatto che questa esperienza professionale sia stata collegata a un impatto sociale concreto, con iniziative sulla sicurezza urbana e sulla formazione dei tassisti per migliorare la relazione con le clienti donne. È un esempio interessante di come il digitale, l’innovazione e la leadership femminile non siano compartimenti separati, ma possano produrre effetti reali sulla qualità della vita quotidiana.
A tirare le fila del confronto è stata la nostra Mara Marzocchi, che ha spostato il discorso su un livello ancora più sistemico. Il suo intervento ha smontato uno dei falsi miti più duri a morire: quello secondo cui, proprio perché poche, le donne nella tecnologia sarebbero in qualche modo avvantaggiate. I numeri raccontano l’opposto. Il gender gap resta profondo e il divario salariale continua a segnare in modo concreto le traiettorie professionali femminili. E qui emerge un punto decisivo: senza indipendenza economica non esiste emancipazione reale. La parità salariale non è un tema accessorio né simbolico. È il prerequisito di qualsiasi discorso serio sulla libertà, sulla formazione e sulla possibilità di scegliere il proprio percorso.
Il Manifesto M61A, richiamato nel finale, ha avuto il merito di riportare il dibattito su un piano pratico. Condividere il network, lavorare sul linguaggio, costruire alleanze, rendere più accessibili competenze e opportunità: sono tutte azioni molto concrete, che mostrano come il cambiamento non passi solo dalle grandi dichiarazioni di principio, ma da scelte quotidiane dentro aziende, università, community e spazi pubblici.
Nel complesso, l’evento ha lasciato una sensazione chiara. Il rapporto tra donne e digitale non può più essere raccontato come un tema specialistico o come una questione da confinare nei panel sulla diversity. È un nodo centrale dell’innovazione contemporanea. Perché se la tecnologia sta riscrivendo il presente, allora la vera domanda non è solo chi la sviluppa, ma chi ha accesso ai luoghi in cui se ne decide la direzione. E da quello che è emerso in Campidoglio, la risposta non può più essere lasciata al caso.

