C’è stato un periodo in cui parlare di tecnologia alle feste era un ottimo modo per rimanere da soli vicino al buffet. Negli anni ’90 raccontare a qualcuno che passavate il weekend a scrivere macro VBA faceva di voi una persona da evitare anche agli incontri di ex alcolisti.
Oggi invece potete tranquillamente dire che usate NotebookLM per trasformare appunti sparsi in podcast o che avete passato la notte a fare prompting su Gemini per generare una presentazione. E la cosa strana è che la gente vi farà pure domande interessate.
Anzi, appena scoprono che fate lo speaker a eventi tech, si aspettano quasi che saliate su un palco come Elvis Presley in un film anni ’60: “Dai, raccontaci qualcosa sull’AI”. E voi lì, a improvvisare demo come se foste headliner a Las Vegas. Se poi vi è capitato di essere davvero a Las Vegas durante il Google I/O 2026, allora avete materiale sufficiente per sembrare profeti del futuro per almeno i prossimi sei mesi. Perché quest’anno Google non ha presentato semplicemente nuovi prodotti. Ha fatto qualcosa di diverso: ha dichiarato ufficialmente conclusa l’epoca dell’assistente AI “passivo” e aperto quella dell’AI agentico.
E no, non è solo marketing.
Addio chatbot: benvenuti nell’era agentica
Per anni abbiamo trattato l’intelligenza artificiale come un motore di ricerca più sofisticato. Le facevamo domande, aspettavamo una risposta e poi riprendevamo la palla. Al Google I/O 2026 il messaggio è stato chiarissimo: questo paradigma sta finendo.
Sul palco dello Shoreline Amphitheatre, Sundar Pichai ha raccontato una visione in cui l’AI non si limita più a rispondere, ma inizia a lavorare davvero al posto nostro. Non solo generazione di testo o immagini, ma pianificazione, coordinamento, esecuzione di task e interazione continua con servizi e applicazioni.In pratica: meno “fammi un riassunto” e molto più “organizza questa cosa per me”.
La differenza sembra sottile. In realtà cambia completamente il rapporto con il software.
Gemini 3.5: il modello che punta tutto sulla velocità operativa
Uno degli annunci più importanti è stato quello relativo alla nuova famiglia Gemini 3.5.
Google ha smesso di inseguire esclusivamente benchmark teorici e si è concentrata su qualcosa di molto più concreto: la capacità di agire in tempo reale.
Gemini 3.5 Flash è stato presentato come un modello progettato per combinare ragionamento e operatività. Tradotto: non solo risposte intelligenti, ma anche abbastanza rapide da permettere all’AI di interagire continuamente con l’utente senza creare latenza.
Ed è probabilmente questa la vera partita del prossimo biennio. Perché quando un modello diventa sufficientemente veloce, l’interfaccia cambia. Non avete più la sensazione di “aspettare una risposta”: l’AI diventa parte del flusso di lavoro.
Google sostiene che Gemini 3.5 Flash sia diverse volte più rapido rispetto ad altri modelli, con costi inferiori e migliori performance nel coding e nella gestione di task operativi. Sui costi ho parecchi dubbi ma, al netto dei numeri, il punto è un altro: l’azienda sta costruendo modelli pensati esplicitamente per gli agenti AI.
Per esempio accanto alla versione Flash arriveranno anche Gemini 3.5 Lite, orientato alla massima reattività, e Gemini 3.5 Pro, focalizzato invece sul reasoning avanzato.
Gemini Omni: quando l’AI inizia a “capire” il mondo fisico
Se Gemini 3.5 rappresenta l’aspetto pragmatico dell’equazione, Gemini Omni è quello più spettacolare. Google lo definisce un “world model”, cioè un modello capace non solo di riconoscere pattern, ma di simulare e comprendere il comportamento del mondo reale.
Sembra fantascienza, ma durante le demo il sistema è stato in grado di analizzare video e ragionare su elementi come gravità, coerenza spaziale, movimento degli oggetti e dinamiche fisiche.
La multimodalità smette di essere un semplice slogan. Negli ultimi anni abbiamo visto modelli in grado di leggere immagini o trascrivere audio. Omni prova a fare un passo ulteriore: integrare tutto in una rappresentazione coerente della realtà. L’impatto creativo è enorme. Sono stati mostrati editing video completamente guidati dal linguaggio naturale. Cambiare illuminazione, modificare ambienti, aggiungere elementi o alterare la scena senza perdere consistenza visiva dei personaggi. Versioni alternative di star wars ambientati a Potenza sono già disponibili in rete.
Workspace diventa un sistema operativo per agenti AI
La parte che ho trovato più interessante non riguarda i modelli in sé, ma Google Workspace.
Workspace è cresciuto come un insieme di tool: Gmail, Docs, Sheets, Slides. Applicazioni separate, anche se integrate, con un occhio sempre al modello di business di suite più pervasive e redditizie dei concorrenti di Seattle.
Ora Google sembra aver messo la freccia trasformandolo in un ambiente operativo agentico.
La direzione è evidente soprattutto nelle nuove funzioni vocali come Docs Live, Gmail Live e Keep Live. Come dichiaravamo da bambini quando volevamo mostrare la nostra bravura “hey mamma guarda, senza mani…” si smette di trattare la scrittura come un’attività legata alla tastiera.
Potete parlare liberamente, buttare giù idee in modo disordinato, fare brainstorming ad alta voce. Gemini ascolta, struttura, organizza e produce una bozza coerente in tempo reale.
Ma la parte interessante arriva dopo. Non vi limitate a dettare testo: iniziate a conversare con il documento. Potete chiedere di trasformare un paragrafo in tabella, recuperare dati da email precedenti, sintetizzare contenuti o riformattare intere sezioni. È una differenza sottile ma importante: il documento non è più un file, diventa un ambiente vivo, mediato da un agente AI.
Google Pics e la fine dell’inferno dei prompt
Anche sul fronte “immagine” Google ha mandato un messaggio abbastanza chiaro. Con Google Pics — alimentato dal modello Nano Banana — l’editing delle immagini diventa molto più “locale” e meno distruttivo. Chiunque abbia usato generatori AI della prima ora sa quanto sia frustrante modificare un singolo dettaglio senza compromettere il resto dell’immagine. Cambi un oggetto e improvvisamente il layout implode, le mani diventano otto e lo sfondo decide autonomamente di trasformarsi in un quadro surrealista.
Pics prova a risolvere proprio questo problema. L’AI comprende composizione e struttura dell’immagine, permettendo modifiche granulari: spostare elementi, ridimensionarli, eliminarli o adattarli alla scena senza dover rigenerare tutto da zero. Non sono un grafico esperto ma credo che più di qualcuno in Adobe abbia rimesso mano al cv.
Gemini Spark: il vero protagonista del Google I/O 2026
A Las Vegas impossibile non incontrare Elvis che stavolta si è smaterializzato davvero sotto forma di Gemini Spark, presentato come un collaboratore digitale persistente che vive nel cloud, gira continuamente su infrastruttura dedicata e può lavorare anche quando voi non state interagendo direttamente con lui. Non aspetta il prompt successivo: continua a eseguire task, monitorare informazioni, organizzare dati e coordinare attività. L’avessero chiamato “angelo custode” sarebbero stati accusati di blasfemia ma avrebbero reso di più l’idea. Google ha mostrato esempi molto concreti: organizzazione di eventi, gestione email, coordinamento documenti, monitoraggio di conferme, pianificazione automatica, integrazione con applicazioni esterne. In pratica Spark può leggere il vostro ecosistema digitale e agire al suo interno autorizzazioni esplicite, ed è un tema che Google ha sottolineato parecchio.
Anche la ricerca Google sta cambiando radicalmente
Un altro elemento che rischia di passare inosservato in mezzo a tutte queste novità è la trasformazione della ricerca. Addio a voli pindarici per rimanere sotto il tetto dei 500 kb. La nuova Search accetta video, immagini, file, testo e prompt generando interfacce dinamiche e mini-app direttamente dentro la ricerca. Alcuni esempi mostrano una query che non genera una pagina web, ma un piccolo simulatore interattivo costruito al volo. Il motore di ricerca non punta più solo a mostrarvi contenuti esistenti ma vuole diventare una piattaforma che genera strumenti personalizzati in tempo reale. Se non esiste te lo crei.
Shopping, pagamenti e AI che compra per voi
Molto interessante anche la parte sull’e-commerce che sta entrando nella logica agentica, con Universal Cart e il nuovo Agent Payment Protocol, Google immagina un futuro in cui l’AI monitora prezzi, controlla disponibilità, aspetta il momento giusto e conclude acquisti autonomamente entro parametri definiti dall’utente. Personalmente odio anche i rinnovi automatici, quindi questo aspetto mi terrorizza non poco, ma ad oggi è utopistico pensare di gestire tutto in maniera manuale, per chi lavora in questi contesti poi, rappresenterà un vero vantaggio strategico da sfruttare al meglio. Ed è anche una conseguenza abbastanza naturale della direzione intrapresa da tutto il settore. Se gli agenti AI devono davvero aiutarci nelle attività quotidiane, prima o poi dovranno anche interagire economicamente con il mondo esterno.
E gli occhiali smart? Stavolta forse è il momento giusto
Infine il vecchio pallino della silicon valley : gli smart glasses. Google ci aveva già provato troppo presto con Google Glass. Il mercato non era pronto, la tecnologia nemmeno. Nel 2026 la situazione sembra diversa, i nuovi occhiali sviluppati con partner come Samsung e brand fashion come Warby Parker puntano a diventare l’interfaccia naturale degli agenti AI. Traduzioni live, navigazione contestuale, riconoscimento ambientale, integrazione con calendario e notifiche Il tutto senza tirare fuori continuamente lo smartphone dalla tasca. Sono molto curioso di vedere se funzionerà davvero questa volta visto che ora esiste un ecosistema AI abbastanza maturo da dare un senso a questo tipo di hardware. Chiaramente dovremo riscrivere buona parte dei film di fantascienza, ma per quello abbiamo visto che c’è Omni…
La vera domanda non è “quanto è intelligente l’AI”
Dopo il Google I/O 2026 la domanda interessante non è più quanto un modello sappia rispondere bene. La domanda è: quanto lavoro reale riesce a fare senza mandarvi in bancarotta, mentre scrivo antigravity 2 mi sta prosciugando i token come una Ferrari sparato a 300 all’ora.
Finora abbiamo usato l’AI come un motore di generazione. Testo, immagini, codice, audio. Adesso stiamo entrando nella fase successiva: orchestrazione, coordinamento, autonomia operativa. Non significa che domani avremo assistenti perfetti. Anzi, probabilmente assisteremo a una quantità gigantesca di workflow fragili, agenti che si rompono in modi creativi e automazioni che funzionano solo il martedì con la luna piena ed un sacco di “insert token”. Ma il Rubicone è stato bello che attraversato e il Google I/O 2026 potrebbe essere ricordato come il momento esatto in cui questa transizione è diventata inevitabile. D’altra parte a Las Vegas nessuno può esimersi dal tirare i dadi.

