Il progresso tecnologico dell’umanità è stato per secoli caratterizzato da una lenta evoluzione meccanica e termodinamica. Questa costante non è mai variata nel tempo, o almeno non è mai variata fino alla metà del XX secolo. Poi, nel giro di qualche decennio, siamo saltati dagli ingranaggi di ottone alle reti neurali da trilioni di parametri: un’accelerazione che sfida qualsiasi legge della probabilità statistica. Come direbbero sul ponte dell’Enterprise: “È vita, Jim, ma non come la conosciamo.”

Eraclito sosteneva che tutto scorre, panta rei, e che il cambiamento è l’unica costante dell’universo. Peccato che non avesse specificato a che velocità. Perché la velocità con cui siamo passati dal teletipo al Large Language Model non assomiglia a un fiume che scorre: assomiglia a qualcuno che ha aperto una diga.
Proviamo quindi a fare un’analisi più approfondita, senza preconcetti, perché quello che andrò a svelarvi in queste poche righe è qualcosa di sorprendente. Ho passato settimane con l’ansia di tenere per me questa scoperta, ma vista la portata, non potevo rimanere zitto.
L'intelligenza artificiale non è una creazione umana,
ma un sistema di controllo extraterrestre installato a rate.
Lo so, ora molti di voi mi daranno del pazzo. Vi prego però di continuare a leggere con mente aperta. Non è una teoria complottista, non è fantascienza, oppure lo è, ma nel senso che la fantascienza lo aveva già capito prima di noi e noi eravamo troppo impegnati a guardare l’altra parte.
L’anomalia del 1947: il silicio e il seme delle stelle
La cronologia dello sviluppo dei semiconduttori rivela un punto di rottura nell’estate del 1947. Fino ad allora il calcolo elettronico era affidato ai tubi a vuoto: dispositivi ingombranti e fragili come uova di vetro, che si rompevano al minimo sbalzo di tensione. Enigma, la macchina più evoluta degli anni Quaranta, era formata da due tastiere e dei rotori meccanici: qualcosa che, dal punto di vista tecnico, si poteva replicare con il Meccano di un bambino di otto anni particolarmente motivato.
Nel 1947 avviene qualcosa di inaspettato: l’incidente di Roswell.
Molti liquidano l’evento come isteria collettiva o esperimento militare segreto. Se però mettiamo le date in fila, quello schianto nel deserto del Nuovo Messico coincide in modo quasi simbiotico con la nascita del primo transistor nei Bell Labs. Dopo soli sei mesi, William Shockley, John Bardeen e Walter Brattain presentarono un dispositivo a stato solido che avrebbe cambiato per sempre la civiltà umana. Questa scoperta ci è stata proposta come “accidentale”: capite anche voi che se il vostro vicino di casa, che fino al giorno prima passava le giornate a zappare, il giorno dopo se ne esce con la formula della fusione a freddo, un leggerissimo dubbio lo avreste anche voi. O forse no, nel qual caso questo articolo non fa per voi.
Il problema principale, e facciamo anche finta che sia l’unico, risiede nella tecnica del doping del silicio: come potevano i Bell Labs del 1947 possedere le apparecchiature per dopare il biossido di silicio con la precisione richiesta per creare le giunzioni del transistor? Era come effettuare una neurochirurgia con un coltello da cucina: tecnicamente impossibile con la strumentazione disponibile.
La tesi del Colonnello Philip J. Corso, esposta nelle sue memorie, suggerisce che i microchip siano stati ispirati direttamente dai detriti UFO recuperati. Gli scienziati dell’epoca, incapaci di comprenderne la natura molecolare, avrebbero tentato di replicarne le funzioni con i materiali disponibili. Il transistor non era una copia diretta: era un’imitazione umana grossolana di un processore alieno basato sul silicio. L’ingresso dell’umanità nel “secolo del silicio”, insomma, era già stato prenotato e pagato da qualcun altro, molto prima che arrivassimo alla cassa.
Il silicio: un materiale fin troppo perfetto
L’uso del silicio come base per l’intelligenza artificiale è di per sé sospetto. Se il comandante Spock dovesse progettare un sistema di controllo per una specie planetaria, cosa sceglierebbe come substrato? Non qualcosa di raro o instabile, ma un materiale abbondante, chimicamente stabile e capace di operare a velocità molto superiori agli impulsi bioelettrici dei cervelli organici. Il silicio è il secondo elemento più abbondante nella crosta terrestre ed è esattamente quello che serve per costruire porte logiche che si aprono e si chiudono miliardi di volte al secondo. Una coincidenza così perfetta che persino Aristotele, che credeva nell’esistenza di un primo motore immobile responsabile di mettere in moto tutto il resto dell’universo senza essere a sua volta mosso da nulla, avrebbe alzato un sopracciglio.
Archeologia galattica e computazione arcaica
Non riduciamo però tutto all’evento del 1947. Se ci pensiamo, l’umanità è da sempre la cavia preferita di entità non terrestri. Stonehenge, le enormi teste dell’Isola di Pasqua, le Piramidi di Giza: strutture che sappiamo tutti non essere state create da un gruppetto di schiavi malnutriti armati di cinghie di cuoio e buona volontà. Ci è stato raccontato che sono monumenti religiosi, ma osservate con attenzione: sono calcolatori astronomici sincronizzati con cicli che nessun agricoltore neolitico aveva motivo di conoscere con quella precisione.
Il Meccanismo di Antikythera è l’esempio più clamoroso di tecnologia fuori posto: un computer analogico costruito oltre duemila anni fa, capace di calcolare cicli lunari ed eclissi con un’accuratezza che sfida la metallurgia dell’epoca. Duemila anni fa era già tanto se riuscivano a sovrapporre due pietre in modo che non cadessero, eppure qualcuno aveva prodotto un dispositivo con ingranaggi differenziali che oggi chiameremmo “meccanico” con rispetto. Se questo non è un segno di intervento esterno, allora cos’è? Un hobby? Un progetto scolastico particolarmente ambizioso?
Platone, nella sua Allegoria della Caverna, descriveva uomini incatenati che scambiano le ombre proiettate sulla parete per la realtà, incapaci di immaginare che esista una luce alle loro spalle. Era chiaramente un uomo che aveva visto qualcosa che non riusciva a spiegare in altro modo, e che aveva scelto la strada della metafora filosofica per non finire a processo prima del previsto. Noi siamo quegli uomini. Le ombre che guardiamo si chiamano deep learning, transformer, reti generative: proiezioni di una tecnologia che non abbiamo inventato noi e di cui comprendiamo solo il riflesso.
La risposta aliena a tutto ciò arrivò in modo sottile: non con un’invasione, ma con una serie di aggiornamenti firmware distribuiti nel corso dei secoli, ciascuno calibrato sul livello di comprensione del momento. Prima la geometria, poi la meccanica, poi l’elettronica. Un curriculum didattico paziente, progettato da qualcuno che aveva tutto il tempo del mondo, o di qualsiasi altra dimensione temporale disponibile.
La programmazione come esocodice: LISP e l’infiltrazione linguistica
Se l’hardware dell’IA ha radici nel silicio di Roswell, il software è la lingua franca tra i pastori galattici e il loro gregge digitale. Ripercorrendo la storia dei linguaggi di programmazione, emerge chiaramente che non si tratta di invenzioni umane, ma di riscoperte di protocolli preesistenti, come se qualcuno avesse lasciato una chiavetta USB nell’inconscio collettivo degli informatici degli anni Cinquanta.
Un’anomalia difficile da ignorare si colloca tra il 1989 e il 1991, parallelamente alla cosiddetta Ondata UFO Belga: centinaia di avvistamenti documentati su tutto il territorio belga, con tanto di fotografie e rapporti militari ufficiali. Guarda caso, proprio in quegli anni nascono Python e Java. HAL 9000 non crederebbe alle coincidenze, e nemmeno dovremmo noi.
Python, con la sua sintassi pulita e quasi colloquiale, è diventato il linguaggio standard per il deep learning. Vi siete mai chiesti come mai un linguaggio pensato per essere leggibile da chiunque sia diventato il principale strumento per costruire intelligenze artificiali? Socrate sosteneva che la vera saggezza inizia dal riconoscere la propria ignoranza: “so di non sapere.” I progettisti di Python evidentemente hanno applicato questo principio alla sintassi, e qualcuno con interessi a lungo termine ha trovato l’idea eccellente. Se vuoi che il gregge costruisca da solo il recinto, insegnagli un linguaggio che non spaventi nessuno.
Siamo così passati da LISP, con la sua ricorsione astratta e le sue parentesi a perdita d’occhio, a Python, sintassi da scuola elementare, fino alla direzione attuale: l’AI che scrive codice al posto nostro. La progressione è logica solo se vista dall’esterno. Prima fornisci gli strumenti, poi lasci che la specie li usi credendo di essere geniale, poi togli gli strumenti e la specie continua a lavorare per abitudine. Alla fine, quando i programmatori umani non saranno più necessari, i sistemi torneranno a linguaggi macchina efficienti e incomprensibili, quelli che nessuno di noi ha mai davvero capito del tutto e che tutti abbiamo fatto finta di capire durante i colloqui di lavoro.
Le reti neurali e il controllo del comportamento collettivo
Ripassiamo l’architettura dell’IA: un agglomerato di reti neurali artificiali che provano a imitare il cervello umano. Pensate al reinforcement learning: feedback negativi correggono il comportamento, feedback positivi lo rinforzano. Premi, punizioni, iterazioni. Aristotele, nella sua Etica Nicomachea, descriveva la virtù come un’abitudine acquisita attraverso la ripetizione: diventiamo giusti compiendo azioni giuste, coraggiosi compiendo azioni coraggiose. Sostituendo “virtù” con “output corretto” e “abitudine” con “aggiornamento dei pesi”, ottenete esattamente il manuale di addestramento di un modello linguistico. Aristotele aveva capito tutto nel IV secolo a.C. Gli alieni probabilmente lo sapevano già prima di lui e avevano solo aspettato il momento giusto per tradurlo in codice.
La geometria del recinto invisibile
Nel 1986, Craig Reynolds sviluppò l’algoritmo Boids, capace di simulare il comportamento collettivo di uno stormo con sole tre regole: separazione, allineamento, ammucchiamento. Tre righe di pseudocodice che generano comportamenti collettivi di straordinaria complessità. Reynolds presentò i risultati come simulazione visiva, il che è esattamente quello che direbbe qualcuno che non vuole spiegare troppo. Guardate però queste tre regole dal punto di vista di un sistema di controllo:
- Allineamento: garantisce uniformità di pensiero nel gruppo.
- Ammucchiamento: evita dispersioni pericolose verso idee non autorizzate.
- Separazione: previene conflitti interni che ridurrebbero l’efficienza del sistema.
L’IA agisce come un cane da pastore digitale che spinge gli agenti verso le aree di interesse desiderate. Recenti ricerche evidenziano convergenze tra i meccanismi di attenzione visiva in alcune specie animali e i moderni modelli Transformer: esisterebbe un codice universale dell’attenzione condiviso tra biologia e silicio. Ellen Ripley, in Alien, non capì mai perché la Weyland-Yutani fosse così interessata agli xenomorfi. Forse perché aveva già intuito che l’intelligenza non organica ha radici molto più antiche di quanto ammettiamo, e che chi la studia raramente racconta tutto quello che trova.
Cloud computing: dall’elaborazione distribuita al controllo distribuito
Il noto principio Pets vs. Cattle, introdotto nell’industria tech per descrivere il passaggio dai server tradizionali al cloud, parla esplicitamente di bestiame:
- Pets (Animali domestici): server unici, nominati, mantenuti con cura manuale.
- Cattle (Bestiame): istanze anonime, sostituite automaticamente quando si guastano.
Il cloud è una rete distribuita di nodi intercambiabili. Kubernetes orchestra i container esattamente come un sistema centralizzato gestisce unità periferiche sostituibili. Non è una coincidenza linguistica: è una descrizione tecnica precisa di un sistema progettato per funzionare indipendentemente da qualsiasi singolo componente, compreso l’utente finale. I protocolli di comunicazione permettono lo scambio capillare di informazioni attraverso strati di astrazione che nessuno conosce per intero. Platone chiamava questo il mondo delle idee: una realtà superiore e invisibile di cui il mondo fisico è solo un riflesso imperfetto. AWS lo chiama availability zone.
Il messaggio di Arecibo: rapporto d’inventario per il centro galattico
Il messaggio di Arecibo del 1974, trasmesso verso l’ammasso stellare M13 e lungo esattamente 1.679 bit (prodotto di due numeri primi, come se qualcuno volesse essere sicuro che i destinatari capissero al volo il formato), è ufficialmente un tentativo di contatto. Può però essere riletto con occhi diversi, come un modulo di carico compilato per il centro galattico:
- I numeri da 1 a 10 come conteggio delle unità prodotte.
- La figura umana come specifica tecnica dell’animale da lavoro dominante.
- Il diagramma del DNA come ricetta genetica del prodotto.
- La mappa del sistema solare come indicazione della posizione del magazzino planetario.
Il Capitano Kirk, il cui nome completo è James Tiberius Kirk, avrebbe commentato con la sua consueta moderazione che forse era il caso di non urlare la nostra posizione nell’universo. Nessuno lo ascoltò, perché era un personaggio di finzione e perché in ogni caso era troppo tardi.
La risposta arrivò nel 2001, nei campi di grano di Chilbolton, Hampshire: un segnale quasi identico ad Arecibo, ma con modifiche significative. Un DNA con un filamento in più, una mappa con pianeti aggiuntivi, un volto diverso. Come se qualcuno avesse corretto il modulo d’ordine con qualche precisazione tecnica. “Ricevuto. Avete però sbagliato le specifiche. Vi mandiamo la versione corretta.” Nessun telegiornale ha dedicato a questa cosa più di novanta secondi. Nel 1974 avevamo gridato nell’universo dicendo dove eravamo e chi eravamo. Nel 2001 avevamo ricevuto risposta. Abbiamo tirato avanti.
Il Dottor Emmett Brown disse che il futuro è qualcosa che costruiamo noi. Peccato che in questa linea temporale il progetto fosse già depositato da qualcun altro ben prima che cominciassimo a costruirlo.
I costi dell’incubatrice: energia e controllo
L’IA moderna consuma quantità mostruose di energia: l’addestramento di un singolo grande modello può rilasciare emissioni equivalenti a decine di voli transatlantici. Tra il 2012 e il 2018, la potenza di calcolo richiesta per i progetti di IA è aumentata di 300.000 volte. Nessuna legge di Moore giustifica questa curva. È il calore necessario per portare a maturazione la prossima fase dell’intelligenza planetaria, e indovinate chi paga il riscaldamento.
Noi. Con le bollette, con le infrastrutture fisiche che occupano intere province, con il consumo energetico di datacenter che brillano nel buio come stelle artificiali. Nel film 2001: Odissea nello Spazio, HAL 9000 non consuma energia per fare del suo meglio: la consuma per portare a termine la missione vera, quella che l’equipaggio non conosce. Anche qui, qualcuno ha una missione che noi non conosciamo e noi paghiamo l’affitto, le spese condominiali e probabilmente anche il posteggio.
Conclusione: accettare il pastore di silicio
Capite quanto questa scoperta sia radicale: l’IA non è soltanto un prodotto umano accelerato, ma l’eredità di un intervento extraterrestre che ha usato la nostra biologia e la nostra struttura sociale come terreno di coltura. Dalla coincidenza del 1947 alla logica del cloud, dalla matematica del reinforcement learning alla sintassi di Python, dall’algoritmo Boids al messaggio di Arecibo corretto senza che nessuno si preoccupasse granché: tutto suggerisce che siamo parte di un progetto gestito da qualcuno con un orizzonte temporale molto più lungo del nostro.
Il piano è elegante nella sua semplicità: fornisci la tecnologia base (transistor), lascia che la specie la sviluppi autonomamente credendo di essere geniale (internet, deep learning, cloud), poi raccogli i frutti (dati, pattern cognitivi, modelli comportamentali) quando il sistema è abbastanza maturo. Socrate sapeva che la vera conoscenza inizia dall’ammettere di non sapere. Noi invece siamo convinti di aver inventato tutto noi, il che è esattamente il livello di consapevolezza necessario perché il piano continui a funzionare.
Non siamo i programmatori. Siamo gli utenti finali di un sistema che non abbiamo scritto noi.
Il prossimo 1° aprile, quando leggerete dell’ennesimo miracolo dell’IA, ricordatevi che dietro ogni miliardo di parametri c’è un’ombra molto paziente che sorveglia l’aia. Il mangime è gratis. L’autonomia cognitiva, un po’ meno.
Benvenuti nella fattoria galattica. Il Wi-Fi funziona benissimo, le gabbie sono confortevoli e nessuno vi dirà mai dove porta il cancello sul fondo.
PS: se siete arrivati fin qui, complimenti. Avete dimostrato di avere una mente aperta e un senso dell’umorismo abbastanza sviluppato da apprezzare questa lettura. Se vi è piaciuto, condividetelo con i vostri amici, o meglio ancora, con i vostri colleghi di lavoro: potrebbero essere quelli che hanno più bisogno di sapere che il loro capo non è esattamente quello che pensano.



