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Arnaldo MorenaAgosto 3, 2026 8 min di lettura

Oltre il codice: il futuro dell’AI si costruisce ancora con le persone

Intelligenza artificiale
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Dall’hackathon del 2 e 3 luglio, organizzato da Codemotion e IBM, emerge una riflessione che va oltre agenti, modelli e framework: nell’era dell’Intelligenza Artificiale saranno curiosità, spirito critico ed etica a fare davvero la differenza.

Quando si parla di Intelligenza Artificiale è facile lasciarsi conquistare dalla tecnologia. Si discutono nuovi modelli linguistici, agenti sempre più autonomi, benchmark, framework e strumenti capaci di automatizzare attività che fino a pochi mesi fa sembravano esclusivamente umane. Molto più raramente, invece, ci si ferma a riflettere su una domanda tanto semplice quanto decisiva: a chi servirà davvero tutta questa innovazione?

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Intelligenza artificiale

È proprio attorno a questo interrogativo che si è sviluppata Hack Your AI Agent, la manifestazione di due giorni ospitata presso il campus di San Giovanni a Teduccio dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e supportata da SB IEEE Federico II ed il SIGHT IEEE Italy section. Un hackathon, certo, ma soprattutto un momento di confronto tra università, impresa e studenti su quale ruolo l’Intelligenza Artificiale potrà assumere nella società dei prossimi anni.

Fin dalle premesse è apparso evidente come l’obiettivo andasse oltre la semplice competizione tecnica. La creazione di soluzioni utilizzando IBM Bob e watsonx Orchestrate è stato solo il punto di partenza per approfondire tematiche molto più ampie. C’era piuttosto tanta curiosità per comprendere come tecnologie sempre più potenti possano essere utilizzate per affrontare problemi concreti.

Ad accogliere i partecipanti è stato Paolo Maresca, Professore Associato dell’Università Federico II e promotore dell’iniziativa, da anni impegnato nel rafforzare il dialogo tra ricerca, formazione e industria. Da ottimo padrone di casa ha ricordato come il compito dell’università non sia soltanto trasmettere conoscenze, ma preparare professionisti capaci di affrontare un contesto in cui tecnologie e competenze evolvono con una rapidità senza precedenti. Per riuscirci diventa fondamentale creare occasioni di confronto diretto con il mondo delle imprese, permettendo agli studenti di sperimentare strumenti e metodologie che stanno già cambiando il mercato del lavoro.

Su queste basi si è sviluppato l’intervento di Marco Utili, Vice President IBM Technology Sales Italia. Più che una panoramica sulle ultime evoluzioni dell’Intelligenza Artificiale o una presentazione delle tecnologie IBM, il suo è stato un invito a guardare oltre il codice. Un intervento che ha fornito la chiave di lettura dell’intera manifestazione, ricordando che il vero valore dell’AI non risiede nella complessità dei modelli, ma nella capacità delle persone di utilizzarla per migliorare la realtà che le circonda.

La domanda non è cosa può fare l’AI. La domanda è cosa vogliamo farci noi.

Negli ultimi anni il dibattito pubblico sull’Intelligenza Artificiale si è spesso diviso tra due narrazioni opposte. Da una parte c’è chi la descrive come una tecnologia destinata a risolvere qualsiasi problema, quasi fosse una soluzione universale capace di sostituire creatività, competenze e lavoro umano. Dall’altra chi la considera una minaccia inevitabile, pronta a cancellare professioni e a rendere superfluo il contributo delle persone.

La riflessione emersa durante l’incontro ha spostato l’attenzione su un nuovo scenario indicando l’Intelligenza Artificiale, non come il soggetto della trasformazione, ma come un semplice strumento. Potente, certo, ma il cui valore dipende dalle persone che lo progettano, lo governano e lo utilizzano.

Per questo motivo il tema dell’etica non è stato affrontato come un elemento accessorio o come un semplice adempimento normativo, ma, al contrario, è stato presentato come una componente essenziale dello sviluppo tecnologico. Più aumenta la capacità dei sistemi di incidere sulla vita delle persone, maggiore deve essere l’attenzione con cui vengono progettati.

È una posizione che IBM sostiene da tempo e che trova una delle sue espressioni più note nella Rome Call for AI Ethics, il documento promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita che invita istituzioni, imprese e mondo della ricerca a promuovere uno sviluppo dell’Intelligenza Artificiale fondato su trasparenza, inclusione e responsabilità.

Da questa impostazione deriva anche uno dei concetti chiave: quello dello human-in-the-loop.

L’espressione viene spesso utilizzata nel mondo dell’AI, ma il suo significato è molto concreto. Anche quando un sistema è in grado di analizzare enormi quantità di dati, formulare ipotesi o suggerire decisioni, il controllo finale deve continuare a rimanere nelle mani delle persone. L’AI può accelerare il lavoro, amplificare le capacità umane e supportare processi complessi, ma non elimina la responsabilità di chi prende le decisioni.
È in questo contesto che si inserisce una delle affermazioni più significative dell’intervento. L’essere umano non sarà sostituito dall’AI. Al massimo, rischierà di essere sostituito da un altro essere umano che ha imparato a utilizzare meglio l’AI.
Uno scenario plausibile, ma anche un invito a spostare l’attenzione dalla ‘paura’ della tecnologia alla responsabilità di acquisire nuove competenze per finalità più ampie.

Non dimostrate quanto siete bravi. Dimostrate che avete capito il problema.

Qui è emerso un secondo punto che è stato forse ancora più concreto, Utili ha rivolto agli studenti un invito che ha dato un significato più ampio all’’intero hackathon, quello di non far vedere quanto si è bravi a costruire un agente AI, ma mostrare piuttosto quanto si ha chiaro il fatto che, con un agente AI, si possono affrontare problemi reali.

È un concetto che sintetizza perfettamente lo spirito della manifestazione.

Troppo spesso il mondo dello sviluppo software rischia di concentrarsi sugli strumenti, sulle librerie, sui framework o sulle prestazioni dei modelli, dimenticando la domanda fondamentale: quale problema stiamo cercando di risolvere?

Per questo motivo gli organizzatori hanno scelto di legare la competizione ai 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda ONU 2030. Non un semplice tema, ma un invito a utilizzare l’Intelligenza Artificiale per affrontare sfide che riguardano l’inclusione sociale, la sostenibilità ambientale, la salute, l’educazione e la qualità della vita.

Gli studenti hanno recepito immediatamente la visione: invece di concentrarsi su esercizi puramente dimostrativi, tutti i team hanno sviluppato agenti AI capaci di affrontare problemi concreti, alcuni dei quali presenti nella loro quotidianità. È stato questo, probabilmente, l’aspetto più interessante della manifestazione: vedere come una riflessione teorica sull’etica dell’Intelligenza Artificiale abbia trovato quasi immediatamente una applicazione pratica nei progetti sviluppati durante l’hackathon.

Dalle parole ai progetti

Alcuni gruppi hanno concentrato l’attenzione sull’inclusione sociale, immaginando strumenti capaci di aiutare migranti e rifugiati a valorizzare competenze professionali spesso difficili da comunicare in un nuovo contesto lavorativo. Altri hanno guardato alla sostenibilità ambientale, sviluppando soluzioni per supportare gli agricoltori nell’uso più efficiente delle risorse idriche o per monitorare qualità dell’aria e stato del territorio attraverso dati satellitari. Non sono mancate, infine, proposte dedicate all’educazione digitale, con agenti progettati per favorire il pensiero critico e aiutare gli utenti a riconoscere disinformazione e fake news.

Più della varietà delle soluzioni, ha colpito il modo in cui i team hanno interpretato la sfida. Nessuno ha cercato di costruire un esercizio di stile o di dimostrare la superiorità tecnica del proprio software. Quasi tutti hanno provato a partire da un’esigenza reale, lasciando che fosse il problema a guidare le scelte progettuali e non il contrario. È probabilmente questa la dimostrazione più evidente di come il messaggio lanciato durante gli interventi introduttivi sia stato raccolto dai partecipanti fornendo una prospettiva nuova.

La velocità del cambiamento

Se l’Intelligenza Artificiale sta modificando il modo in cui sviluppiamo software, è inevitabile che cambi anche il tipo di competenze richieste a chi entrerà nel mondo del lavoro.

Su questo tema è stata citata una ricerca condotta da IBM attraverso interviste a migliaia di CEO a livello internazionale. Tra i risultati che lo hanno maggiormente colpito, Utili ha citato la convinzione, espressa dagli stessi dirigenti intervistati, che circa l’80% delle competenze oggi presenti nelle aziende sarà profondamente diverso nell’arco di due o tre anni.

Più che soffermarsi sulla percentuale, vale la pena riflettere sul significato più ampio di questa affermazione. Le tecnologie stanno evolvendo con una rapidità tale da rendere sempre meno realistico immaginare una carriera costruita su un patrimonio di conoscenze acquisito una volta per tutte. Framework, linguaggi, strumenti e metodologie continueranno a cambiare, e con essi cambieranno anche le professionalità richieste.

È in questo scenario che il concetto di continuous learning smette di essere una buzzword e diventa una necessità. Aggiornarsi non rappresenta più un’attività da svolgere occasionalmente delegata alla volontà del singolo, ma una componente stabile del percorso professionale di chiunque lavori nel settore tecnologico.

Le riflessioni emerse durante gli interventi convergevano proprio su questo punto. Da prospettive differenti, il mondo accademico e quello industriale hanno riconosciuto la stessa sfida: preparare professionisti capaci di adattarsi a un contesto in continua trasformazione. Se l’università è chiamata a fornire strumenti culturali solidi e un metodo di lavoro, le imprese hanno il compito di accompagnare questa crescita mettendo gli studenti a confronto con problemi, tecnologie e modalità operative che riflettono il mondo reale.

Non più due rette parallele che spesso si guardano con sospetto, ma due mondi sempre più complementari.

Su questo Codemotion affianca da tempo Marina Bastianelli, Academy Manager di IBM, che col suo team è focalizzata nello sviluppo di iniziative dedicate alla formazione, all’innovazione e alla diffusione delle competenze digitali. Un‘attività che si concentra sul dialogo tra impresa, università e istituzioni, con l’obiettivo di favorire percorsi di apprendimento capaci di preparare studenti e professionisti alle trasformazioni introdotte dall’Intelligenza Artificiale e dalle nuove tecnologie anche grazie all’utilizzo di IBM SkillsBuild, il programma internazionale gratuito dedicato alla formazione. Proprio in questo ambito sono nate le intense giornate di Napoli e ancor prima quelle svoltesi a Salerno.

Oltre gli strumenti

In queste attività è fondamentale chiarire agli studenti il modo in cui l’Intelligenza Artificiale sta cambiando il lavoro degli sviluppatori.

Per molti anni l’attenzione si è concentrata soprattutto sulla capacità di scrivere codice. Oggi, grazie ai modelli generativi, una parte di questa attività può essere accelerata o supportata da strumenti sempre più evoluti. Questo non significa che il ruolo dello sviluppatore diventi meno importante; significa piuttosto che cambia il tipo di valore che gli viene richiesto.

Se il codice può essere generato più rapidamente, assumono ancora maggiore importanza tutte quelle attività che lo precedono e lo seguono: comprendere il problema, confrontarsi con gli utenti, valutare criticamente le soluzioni proposte dall’AI, verificarne gli effetti e assumersi la responsabilità delle decisioni finali.

Sono competenze che difficilmente potranno essere delegate a un modello linguistico e che, proprio per questo, diventano ancora più preziose.

Da questo punto di vista, l’hackathon della Federico II ha offerto un’immagine piuttosto chiara di come potrebbe evolvere la professione dello sviluppatore nei prossimi anni. Sempre meno concentrata esclusivamente sulla produzione di codice e sempre più orientata alla progettazione di sistemi, alla comprensione dei bisogni e alla capacità di integrare strumenti diversi per costruire soluzioni efficaci.

Oltre il codice

Una volta Iniziato l’hackathon vero e proprio i tavoli hanno continuato a riempirsi di domande, idee e confronti e il team di IBM, guidato da  Pauline Pequignot, Client Engineering Growth IBM Italia, non si è fermato un attimo rispondendo a domande, commentando progetti, suggerendo miglioramenti e ragionando insieme sulle possibili evoluzioni delle idee presentate dagli studenti.
Questi hanno realizzato prototipi funzionanti, acquisito nuove competenze e una maggiore familiarità con strumenti destinati a diventare parte della pratica quotidiana dello sviluppo.

Vedere professionisti e studenti, anche alle prime armi, lavorare fianco a fianco, è bellissimo.
È forse questa l’immagine che meglio sintetizza il significato della manifestazione. Per due giorni si è parlato di agenti intelligenti, orchestrazione e sviluppo assistito dall’AI, ma il messaggio emerso con maggiore forza riguarda ancora le persone. L’Intelligenza Artificiale continuerà a evolversi, i modelli diventeranno più potenti e gli strumenti sempre più accessibili.
La differenza continuerà a essere determinata dalla capacità di utilizzarli con competenza, spirito critico e responsabilità.

In un momento storico in cui il dibattito pubblico è spesso concentrato sulle prestazioni dei modelli e sulla velocità con cui la tecnologia avanza, l’iniziativa alla Federico II ha riportato l’attenzione sul punto da cui ogni innovazione dovrebbe partire: i bisogni delle persone.

Perché il futuro dell’Intelligenza Artificiale non dipenderà soltanto da ciò che gli algoritmi saranno in grado di fare, ma dalle scelte di chi li progetterà, li governerà e li utilizzerà per costruire un impatto positivo sulla società. È una sfida che riguarda aziende, università, Istituzioni e sviluppatori allo stesso modo.
Perché il futuro dell’Intelligenza Artificiale, prima ancora che tecnologico, sarà profondamente umano.

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