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Matteo BaccanLuglio 1, 2026 13 min di lettura

La scelta di De Crescenzo

Dev Life
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In questi giorni ho ritrovato questo brano tratto dal libro “Ordine e Disordine” di Luciano De Crescenzo, che racconta un momento cruciale della sua vita, quando decise di lasciare il suo lavoro come ingegnere informatico in IBM per dedicarsi alla scrittura.

Quando decisi di non essere più un ingegnere informatico e di fare lo scrittore a tempo pieno, mi recai a Segrate, alla sede generale della IBM, per comunicare la cosa a chi di dovere. Era il 7 maggio del 1978. Ebbene, lo confesso: in quanto napoletano, e come tale facile alla lacrima, ero piuttosto commosso. Sembravo un liceale che doveva dire addio al suo primo amore.
Una volta uscito dallo studio del Grande Capo, scesi giù, nell'open space del secondo piano, dai miei ex compagni di lavoro. Entrai e li vidi seduti, tutti e tre, ognuno dietro la propria scrivania, così come li avevo visti il primo giorno che avevo messo piede a Milano. Giorgio, Ernesto e Stefano stavano ancora lì, con le loro scartoffie davanti, i loro diagrammi a blocco e i loro telefoni sempre in funzione. Mi guardavano stupiti per la decisione che avevo preso. Non parlavano, ma era fin troppo chiaro quello che stavano pensando: «Lascia l’IBM per andare a fare lo scrittore! Dev’essere impazzito!»

Questo passaggio mi ha fatto pensare: era il 1978, un’epoca in cui la stabilità professionale era considerata un valore fondamentale. Da bambino, ricordo ancora mio padre che scelse di lasciare un’occupazione in Svizzera, sotto padrone, per un impiego statale. Passava da una posizione ben pagata ma priva di tutele a una che gli avrebbe garantito sicurezza fino alla pensione.
Rileggendo queste frasi ho capito che la decisione di De Crescenzo rappresentava l’esatto contrario rispetto al percorso di mio padre: un vero atto di coraggio e di fede nelle proprie passioni.

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A questo punto mi sono chiesto: oggi sarebbe ancora possibile compiere lo stesso passo? Quanto sono cambiate, nel frattempo, l’editoria e l’informatica?

Proviamo a fare un confronto per capire cosa accadesse nel 1978 nei settori informatico e letterario, cosa succede oggi e se sia davvero fattibile compiere la medesima scelta al giorno d’oggi.

Milano 1978

De Crescenzo, allora dirigente in ascesa nella sede di Segrate, compì quel gesto non nel vuoto, ma all’interno di un sistema di garanzie che oggi appare come il miraggio di una civiltà perduta.

Per comprendere la portata delle dimissioni di De Crescenzo occorre capire cosa rappresentava IBM negli anni ’70.

Non si trattava di una semplice azienda, ma di uno stato sovranazionale, un’entità che garantiva ai suoi “cittadini” protezione totale in cambio di conformità assoluta. Lavorare in IBM significava appartenere a un’aristocrazia tecnica. L’ingegnere di sistema non era un esecutore di codice, ma un architetto di soluzioni complesse, custode di un sapere esoterico (gli ormai giurassici mainframe) che muoveva l’economia mondiale.

Lo stipendio di un quadro o di un ingegnere garantiva un posizionamento immediato nella fascia alta della classe media. Le tabelle retributive dei contratti metalmeccanici e industriali del 1978, pur in un contesto di alta inflazione, prevedevano meccanismi di indicizzazione (la scala mobile) e una progressione di carriera automatica ormai scomparsa.
Un ingegnere IBM percepiva un reddito che, rapportato al costo della vita, permetteva di accumulare un patrimonio immobiliare in tempi rapidissimi, con una velocità impensabile per gli standard odierni.

IBM rappresentava un ambiente dove il merito tecnico veniva celebrato con onori quasi accademici. Essere un “IBM Fellow” significava avere libertà di ricerca e budget illimitati, quantomeno negli Stati Uniti, uno status che De Crescenzo abbandonò, ma che costituiva il paracadute psicologico della sua scelta: sapeva di valere molto in un mercato che aveva fame di competenze. Se il salto fosse andato male, poteva sicuramente tornare a lavorare in un contesto che lo avrebbe accolto a braccia aperte.

Dress code

Negli anni ’70 la cultura aziendale era dominata dalla camicia bianca obbligatoria, dall’abito scuro e da una sobrietà monastica. A cercare le foto di allora, sembrano ritratti di un matrimonio più che scatti in ufficio. Chi parlava con un tecnico IBM si trovava davanti qualcuno che rispettava in modo ossessivo il dress code aziendale. I professionisti di oggi, al contrario, si sono orientati verso uno stile più eccentrico, lontano dall’ossessione per il completo impeccabile.

Su questa scia, ricordo che negli anni ’90 c’era ancora un forte residuo di questa cultura. C’è stato un periodo della mia vita in cui, forte del mio CV, di un dress code curato e della cronica scarsità di professionisti IT, mi capitava spesso che i colloqui si ribaltassero: non ero io a dover descrivere me stesso, ma erano le aziende a descrivere loro stesse per convincermi. In un certo senso, ho sfruttato a mio favore quel retaggio che IBM aveva messo nella testa dei manager dell’epoca.

Questa uniformità (l’essere tutti “catalogabili e uguali”), che De Crescenzo descrisse poi come soffocante, era in realtà il simbolo di un’identità forte. La camicia bianca non era solo un indumento, ma la divisa di un esercito pacifico impegnato a informatizzare il mondo.

In questo contesto, la “noia” di cui parlava l’autore era una noia di lusso. Era il prodotto della sicurezza, della prevedibilità dei processi e della lentezza maestosa dei grandi calcolatori. Nulla a che vedere con l’ansia frenetica del burnout moderno.

L’ingegnere del 1978 poteva permettersi di annoiarsi perché il suo posto di lavoro era blindato dall’Articolo 18 e da una politica aziendale di impiego a vita: entrare in IBM era il sogno degli informatici alla “Checco Zalone”: il posto fisso non si lascia.

La scelta di lasciare l’azienda fu quindi un atto di liberazione per rompere la routine; non era in una situazione precaria dalla quale voler fuggire.

Il potere d’acquisto degli anni ’70

Nel 1978, un appartamento in zona semicentrale a Milano (come Città Studi o le aree limitrofe a Segrate) aveva un costo al metro quadro decisamente accessibile se rapportato allo stipendio medio di un ingegnere. Le stime indicano che un professionista poteva acquistare un immobile di 100 metri quadri con l’equivalente di 5-7 annualità di stipendio netto, spesso anche meno grazie ai mutui agevolati per i dipendenti di grandi aziende.

La “gabbia dorata” era letteralmente lastricata d’oro: chi lasciava il lavoro per l’arte, spesso possedeva già una casa di proprietà.

L’editoria come terra promessa

Il passaggio di De Crescenzo non fu un salto nel buio, ma un trasloco tra due cattedrali. Se siete mai stati a Segrate, saprete che le sedi di IBM e Mondadori distano pochi passi, una passeggiata piacevole da percorrere in un pomeriggio di primavera.

Si passava dalla sede “squadrata” di IBM alla nuova e avveniristica Mondadori, inaugurata nel 1975 e progettata da Oscar Niemeyer.
Con le sue arcate paraboliche e il corpo uffici sospeso che galleggiava sull’acqua, la sede Mondadori era un manifesto di potenza. Niemeyer la definì “architettura pubblicitaria” nel senso più nobile: un edificio che non ha bisogno di insegne, poiché la sua stessa forma comunica grandezza.

Negli anni ’70 il libro era il mezzo di comunicazione dominante. Senza Internet, con la TV commerciale agli albori e i social network inesistenti, essere pubblicati da Mondadori significava entrare nell’Olimpo della cultura nazionale, con il proprio volto in mostra nelle librerie di tutta Italia, da Bolzano a Sciacca.
Le tirature per un esordio di successo si misuravano in decine di migliaia di copie, non nelle poche centinaia di oggi.

Vivere di scrittura

Nel 1978, la figura dello scrittore di successo era economicamente sostenibile. Il mercato non era frammentato. Un bestseller come “Così parlò Bellavista” poteva generare un indotto sufficiente a mantenere l’autore per anni. Esisteva una classe media colta, abituata a comprare libri e giornali quotidianamente.

Si investiva veramente sul talento e l’ecosistema mediatico dell’epoca offriva all’intellettuale spazi retribuiti profumatamente.

De Crescenzo non divenne solo uno scrittore, ma un vero personaggio pubblico, un’evoluzione che l’ecosistema dell’epoca favoriva e monetizzava: a essere valorizzata era la cultura, non chi faceva una diretta streaming ruttando in piazza.

La “scelta romantica” aveva quindi un paracadute economico robusto: il mercato editoriale era in espansione, e la domanda di cultura “popolare ma colta” era al suo apice.

Ma ora siamo nel 2026 e qualcosa è cambiato

Se De Crescenzo fosse un ingegnere informatico oggi la situazione sarebbe radicalmente diversa.
L’industria tecnologica ha subito una mutazione genetica che ha trasformato l’ingegnere da artigiano d’élite a ingranaggio fungibile e in alcune situazioni un peso che deve essere sostituito dall’AI.

I dati sui licenziamenti di massa sono agghiaccianti: ormai si ragiona a multipli di 10.000 quando nelle Big Tech si pensa di tagliare del personale.
Aziende come Google, Amazon e IBM stessa non offrono più il “posto a vita”. Operano in un regime di “ottimizzazione permanente”, dove interi dipartimenti vengono eliminati non perché l’azienda sia in perdita, ma per soddisfare le metriche di Wall Street o per abbracciare l’AI.

Se oggi lavori come developer in una multinazionale, non sei più il professionista riverito che entrava trionfante a Segrate. Sei un avatar su Slack. Un quadratino verde che compete in silenzio con altri quadratini verdi dislocati tra Bangalore e Varsavia.

E mentre scrivi codice cercando di capire se il collega dall’altra parte del fuso orario stia usando GitHub Copilot per consegnare prima di te, ti rendi conto che per il board aziendale sei solo una risorsa fungibile su un foglio Excel.

Il lavoro stesso è cambiato: frammentato in ticket e micro-task, monitorato da software di produttività che registrano ogni clic. La creatività tecnica è stata assorbita dalla manutenzione di sistemi legacy o dall’addestramento di modelli AI che un giorno potrebbero sostituire lo stesso ingegnere.

Gli algoritmi sono i nostri padroni

Il concetto di “schiavi dell’algoritmo” non è più una metafora ma una realtà. Oggi non litighiamo più con un capoufficio burbero ma dopotutto umano, con cui potevi almeno sfogarti davanti alla macchinetta del caffè. Il nostro nuovo capo si chiama Jira (o l’algoritmo di turno): non ha una faccia, non ha empatia e ti valuta solo in base alla velocità con cui sposti una card da “In Progress” a “Done”.

E quando ti manda un alert perché sei in ritardo, non puoi spiegargli che stanotte non hai dormito o che avevi solo bisogno di respirare. È questa impotenza silenziosa che, giorno dopo giorno, consuma il sistema nervoso e si trasforma in burnout.
Non è raro assistere a episodi di esaurimento tra professionisti del digitale, un tempo in competizione tra loro e ora in gara contro algoritmi che, per loro natura, offrono un’efficienza irraggiungibile per qualsiasi essere umano.

L’ansia prestazionale è la nuova noia burocratica. De Crescenzo fuggiva dalla staticità; oggi si fugge dall’iper-accelerazione che consuma il sistema nervoso.

L’editoria di oggi

Ricordo ancora con piacere gli anni ’90, in cui passavo le notti a studiare e scrivere e questo mi produceva un secondo stipendio, che univa la mia voglia di divulgazione a una piccola gratifica monetaria, non era Mondadori, non erano gli anni ’70, ma una scia di reddito cartaceo esisteva ancora.

Se il nostro moderno De Crescenzo decidesse, nonostante tutto, di lasciare il tech per scrivere, approderebbe in una terra desolata.

I dati dell’Associazione Italiana Editori (AIE) sono un bollettino di guerra. Il mercato continua a perdere sempre più copie vendute rispetto all’anno precedente.

La lettura profonda, quella richiesta dai libri di De Crescenzo, è stata cannibalizzata dallo scrolling compulsivo, dai video di TikTok e dai reel di creator improvvisati che, tra parrucche e filtri per invecchiare, ironizzano sulle generazioni precedenti.

La polarizzazione è estrema: i grandi gruppi editoriali reggono grazie alle economie di scala e ai pochi bestseller globali, mentre la piccola e media editoria, che storicamente scopriva le nuove voci, sta collassando. Per un esordiente, la tiratura media è crollata a poche centinaia di copie.

Il concetto di “vivere di diritti d’autore” è statisticamente irrilevante. Il reddito medio annuo derivante dalla sola scrittura per un autore (esclusi i grandi nomi) si aggira intorno ai 2.000 euro lordi l’anno, una cifra che non copre nemmeno le spese di un mese di affitto a Milano.

In Italia il libro è in crisi? Sì, no, forse — RSI Cultura

L’inganno della “creator economy”

Spesso si obietta che oggi l’intellettuale può diventare un Content Creator. Questa è la grande illusione di questi anni.

I dati mostrano che la Creator Economy è un sistema feudale con disuguaglianze ancora più marcate dell’editoria tradizionale. La stragrande maggioranza dei creator lavora gratis per le piattaforme (YouTube, TikTok, Instagram), sperando in una monetizzazione che arriva per meno dell’1% dei partecipanti.

Per chi ci riesce, il prezzo è il burnout. L’algoritmo richiede contenuti quotidiani: o ti adegui o la casalinga di Avellino che prepara il pranzo al marito aprendo una scatola di tonno supererà le tue visualizzazioni al secondo giorno.

Non c’è tempo per l’ozio creativo, per la riflessione filosofica. C’è solo l’imperativo della produzione continua. De Crescenzo scriveva libri per durare; il creator produce video per essere consumati in 15 secondi e dimenticati.

Il passaggio da “Autore” a “Creator” è una degradazione dello status e della qualità della vita. L’autore aveva dei lettori; il creator ha dei follower, un pubblico volatile e spesso ostile che richiede performance costanti.

Il costo del coraggio

L’indicatore più brutale dell’impossibilità di replicare la scelta di De Crescenzo è il mercato immobiliare di Milano. Nel 1978, con lo stipendio da ingegnere IBM e qualche anno di risparmi, l’acquisto della prima casa era un traguardo raggiungibile. Oggi il prezzo al metro quadro in zone come Città Studi, Susa o Lambrate (vicino alla vecchia IBM e alla rotta per Segrate) sfonda con tranquillità i 5.000 euro.

Per un ingegnere moderno, con RAL da 40/50.000 euro l’anno, acquistare un bilocale di 60 mq richiede circa 15-18 anni di stipendio intero, ipotizzando di non mangiare e di respirare con parsimonia.

Nella realtà, con i tassi di interesse attuali e il costo della vita, l’acquisto è matematicamente impossibile per un monoreddito senza aiuti familiari. Mentre De Crescenzo poteva lasciare il lavoro sapendo di avere un tetto sulla testa o di poterlo pagare agevolmente, il suo omologo odierno è spesso schiacciato da affitti che divorano il 50-60% del reddito netto. Le dimissioni, in questo quadro, significano correre verso uno sfratto certo.

Il crollo del potere d’acquisto e dello status

I libri di De Crescenzo, come “Storia della filosofia greca” o “Così parlò Bellavista”, predicavano una riscoperta del tempo, della conversazione, del dubbio. Erano manuali di sopravvivenza felice per una società che aveva risolto i suoi bisogni primari e rischiava di ammalarsi di efficienza. Oggi, quella filosofia appare come un lusso inaccessibile. Il “dubbio” è un rischio che l’algoritmo punisce. Il “tempo perso” in chiacchiere è tempo sottratto alla cultura dello stakanovismo necessario per pagare l’affitto: per voler riutilizzare una frase del Milanese Imbruttito: “Figa, fatturare”.

I libri più venduti oggi non sono saggi di filosofia ironica, ma manuali su come essere produttivi, come evitare il burnout, o romanzi di evasione pura e fumetti “Pera Toons” o “Zerocalcare”. Non si cerca più la saggezza per vivere meglio, ma anestetici per sopportare la realtà.

La fine della solidarietà

Un altro elemento perduto è la dimensione collettiva. La IBM del 1978 era un corpo sociale, quasi una struttura militare, e le dimissioni erano un atto pubblico, discusso: De Crescenzo scese in ascensore e salutò i colleghi, che lo guardarono con stupore e rispetto.
Oggi, il licenziamento o le dimissioni avvengono in solitudine, spesso con la disattivazione immediata dell’account aziendale: il tuo nome sparisce dall’Active Directory il giorno stesso in cui arrivano le tue dimissioni.

Non c'è l'aneddoto dell'ascensore, c'è solo una schermata nera: "User not found"Code language: JavaScript (javascript)

La solidarietà è morta, uccisa dalla competizione per le poche risorse rimaste.

La via dell’indie hacking: costruire il proprio paracadute

Se la scelta romantica e immediata di De Crescenzo oggi appare impraticabile, la risposta dei developer moderni non è la rassegnazione, ma una nuova strategia di guerriglia professionale: l’indie hacking.

L’indie hacker non aspetta il permesso di un editore o la sicurezza di una Big Tech. Sfrutta le proprie competenze tecniche per costruire micro-SaaS, tool di nicchia o prodotti digitali indipendenti mentre mantiene il proprio lavoro dipendente.

Se guardate le storie di Marcello Ascani e seguite “Ascensore”, una delle domande che vengono saltuariamente fatte è “Ma lavori nell’azienda, o sei ancora occupato nell’azienda precedente?”, simbolo che l’indie hacking è molto diffuso in ambito startup. Non c’è il coraggio del salto, che c’era ai tempi di De Crescenzo.

Un singolo ingegnere oggi, supportato da modelli AI e piattaforme no-code/low-code, può gestire un’infrastruttura e un prodotto che un tempo avrebbero richiesto un intero team e può farlo senza dover chiedere permessi o finanziamenti a nessuno. La tecnologia ha democratizzato l’accesso alla produzione digitale, permettendo a chiunque di diventare imprenditore di se stesso, anche mentre lavora a tempo pieno per un’azienda.

Non si tratta di fare un salto nel vuoto sperando che qualcuno ci pubblichi o ci assuma, ma di costruire una rete di sicurezza digitale riga dopo riga, utente dopo utente, prima di staccare la spina dal lavoro aziendale.

Molte startup di oggi usano questo approccio: unione di intenti di persone che, pur lavorando in aziende diverse, collaborano per creare prodotti indipendenti. La comunità di indie hacker è un ecosistema di supporto reciproco, dove la condivisione di conoscenze e risorse diventa il nuovo “ascensore” in cui confrontarsi e crescere.

Il manifesto del salto consapevole: checklist per l’indie hacker

Se la moneta che hai in tasca comincia a scottare e stai accarezzando l’idea di fare il grande salto, assicurati di aver spuntato queste quattro caselle:

  • Il test della prima notifica Stripe: Non dare le dimissioni basandoti su un’idea o su un prototipo che piace solo a te, a tua madre e al prompt system di ChatGPT: sono tutte persone estremamente di parte. Aspetta che uno sconosciuto ti dia dei soldi veri. Se nessuno è disposto a pagare per evitare di fare a mano quello che il tuo software automatizza, hai costruito un bellissimo (e costoso) hobby, non un business.
  • I “Povery” non usano AWS: Mantieni i costi infrastrutturali vicini allo zero. Se il tuo side project spende 300 euro al mese di server per gestire 3 utenti registrati (di cui due sono tuoi account di test e uno è un bot russo), non sei un imprenditore: sei un filantropo che finanzia il viaggio nello spazio di Jeff Bezos. Usa piani gratuiti, o server da 3 euro al mese, finché non vedi fatturato: rinuncia a una pizza al mese per la tua idea.
  • Il “Fattore Milano”: Calcola le tue spese di sopravvivenza per almeno un anno. Se mollare il lavoro ti porta a soli tre mesi di affitto dal dover tornare a vivere con i tuoi genitori o a nutrirti esclusivamente di ramen istantaneo, l’ansia da prestazione ucciderà il tuo codice. Il vero paracadute si costruisce quando hai ancora il sedile riscaldato della corporation che ti copre le spalle.
  • Il test delle due ore di notte: Se dopo 8 ore passate a litigare con i merge conflict in ufficio non trovi la forza di scrivere mezza riga di codice per te stesso, non illuderti: avere 24 ore libere al giorno non ti trasformerà magicamente in un martello della produttività. Diventerai solo un disoccupato che scorre video di TikTok per la maggior parte del tempo. La disciplina si testa quando il tempo manca, non quando ne hai troppo.

Una scelta diversa, non impossibile

La conclusione non è che la libertà sia morta, ma che le regole del salto sono cambiate. Il mondo che ha reso possibile la storia di Luciano De Crescenzo non esiste più, ed è inutile cercarlo. Non si può più saltare nel vuoto confidando nella bontà del mercato o nella solidarietà di un’industria che non fa sconti.

Nel 1978 il margine era ampio e garantito dall’alto: stipendi alti, case accessibili e un mercato in espansione fornivano la rete. Oggi quella rete dobbiamo tesserla da soli.

Saltare oggi senza una preparazione non è un atto di coraggio, è un rischio calcolato male. Ma saltare avendo costruito il proprio ecosistema indipendente, sfruttando l’AI per essere un’azienda individuale e diversificando le proprie entrate è la forma di coraggio del nostro tempo.

Se oggi un ingegnere IBM lancia una moneta in ascensore, non deve farlo per scegliere tra due forme di ansia, ma per decidere se è arrivato il momento di scommettere sul prodotto che ha costruito la notte. E forse, quella notifica sullo smartphone non sarà un task assegnato da un manager, ma la prima notifica di Stripe che annuncia che il suo software indipendente ha appena trovato un nuovo cliente.

La scelta di De Crescenzo rimane un faro: ci ricorda che il lavoro deve essere al servizio della vita e della creatività, e che quando la gabbia (anche se dorata) diventa troppo stretta, l’unica risposta sensata è trovare il modo di aprirla.

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Matteo Baccan
Matteo Baccan è un ingegnere del software e formatore professionista con oltre 30 anni di esperienza nel settore IT. Ha lavorato per diverse aziende e organizzazioni, occupandosi di progettazione, sviluppo, testing e gestione di applicazioni web e desktop, utilizzando vari linguaggi e tecnologie. È anche un appassionato divulgatore e insegnante di informatica, autore di numerosi articoli, libri e corsi online rivolti a tutti i livelli di competenza. Gestisce un sito internet e un canale YouTube dove condivide video tutorial, interviste, recensioni e consigli sulla programmazione. Attivo nelle community open source, partecipa regolarmente a eventi e concorsi di programmazione. Si definisce…
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